Serie di Ninfee – Museo dell’ Orangerie – Parigi

“Voglio dipingere l’aria”

Claude monet

La frase riportata sopra è una citazione del pittore Claude Monet: “Voglio dipingere l’aria”, una frase breve, semplice ma che racchiude una potenza estrema.

Una frase piena di intenzione, che sa di libertà, di determinazione, di aspirazione e grandezza.

Cosa succede quando proviamo a sentirci liberi per un momento e proviamo a sognare?

Cosa succede quando decidiamo di seguire noi stessi?

Possiamo noi oggi, in un mondo incerto, sognare ancora e decidere di essere quello che realmente vorremmo?

Io credo di sì.

E cosa c’entra con Claude Monet tutto questo ti starai chiedendo?

Beh, se proviamo ad entrare un po’ nella sua vita, scopriremo che questo è quello che ha fatto Monet, ha instancabilmente seguito se stesso e si è spinto sempre oltre, fino a decidere di voler dipingere qualcosa di invisibile come l’aria.

Piccola nota: Le frasi che ho citato in questo articolo provengono dal piccolo libro “Claude Monet – Mon Histoire – Pensieri e Testimonianze” a cura di Lorella Giudici.

La scoperta e la ribellione

Monet è sempre stato raccontato come il pittore che diede vita all’impressionismo, un grande artista che dipinse una serie infinite di ninfee e sulla sua produzione artistica e biografica trovate libri in abbondanza ma ci è mai stata raccontata davvero la persona dietro la sua figura di artista? 

Quali sono state le difficoltà che ha vissuto? Cosa cercava? Cosa provava mentre dipingeva? 

Prima ancora della scoperta del disegno, Monet è innanzi tutto un ragazzo che deve capire qual’è il suo posto nel mondo.

Il piccolo Claude, di sua indole, sfugge alle regole ed è affascinato da ciò che lo circonda.

A scuola è poco attento e fuori dalla finestra, il sole, lo invita ad uscire all’aria aperta: “[…]il sole era così invitante, il mare così bello, ed era così dolce scorrazzare sulla scogliera, all’aria aperta, o sguazzare nell’acqua” – scrive.

Il disegno, dapprima ornamento sui libri, poi caricature, poi pittura all’aria aperta, diviene la sua ossessione e insiste talmente tanto da riuscire a farlo per tutta la sua vita, finanche ad andare contro il volere della sua famiglia.

Suo padre, infatti, capisce che il disegno è così importante per lui, quando, ammalatosi durante il servizio militare, continua a disegnare con accanimento. A quel punto, il padre accetta la sua inclinazione artistica a patto che si formi affiancato da un artista illustre. 

Monet, però, capisce ben presto che i dettami della scuola accademica non fanno per lui perchè spezzano la magia di quello che sente mentre osserva e riproduce e, coraggioso, decide di allontanarsi.

Ho scritto “coraggioso” non a caso. Spesso, quando si è giovani, non è sempre facile sapere cosa si vuole e quali persone ascoltare. 

“Si ricordi, giovanotto, che quando si esegue una figura occorre sempre pensare agli antichi – gli dice il suo insegnante– La natura, amico mio, va benissimo come elemento di studio ma non offre nulla d’interessante” – “Ero impietrito – scrive Monet– La verità, la vita, la natura, tutto ciò che in me suscitava emozione, tutto ciò che ai miei occhi era l’essenza stessa, la ragione d’essere esclusiva dell’arte, per quell’uomo non esisteva”.

Io stessa, mi sono sentita fuori luogo e ho creduto di non essere abbastanza, solo perché prediligo, al contrario di Monet, un tipo di disegno definito “troppo classico”, “scontato”, “già visto”.

Mi avevano consigliato di andare oltre ma quando ho capito che era quel “già visto” la mia strada, ho realizzato quanto quelle parole mi abbiano portata fuori strada per anni; anni in cui avrei potuto migliorare anziché girare intorno alla mia verità.

Monet fu tassativo su questo invece, a lui non interessava ritrarre le figure in maniera classica. In un periodo in cui, il Neoclassicismo riportava l’attenzione sulle forme perfette, Monet scelse di non stare a quelle regole che per lui rappresentavano dei confini.

Due figure furono essenziali come supporto nella sua vita, il primo Boudin, che lo aveva incoraggiato a continuare con il disegno e gli aveva insegnato a guardare la natura in ogni suo piccolo particolare, con i suoi occhi.

Il secondo artista fu Jongkind, pittore olandese con uno stile troppo nuovo per quell’epoca che completò la formazione di Monet e lo aiutò ad affinare il suo sguardo.

Questi mentori, fecero in modo che Monet rafforzasse la sua causa, il suo sentire. Ciò gli diede la forza alla quale aggrapparsi per ribellarsi alle convenzioni di quell’epoca.

Oltre ai due maestri, Monet incontrò altri personaggi che furono essenziali per portare avanti le sue idee.

Nello stesso atelier accademico dal quale fuggiva appena poteva, la sua visione incontrò quella di altri ragazzi dal temperamento audace: Renoir, Sisley e Bazille, con i quali darà poi vita ad un movimento artistico anticonvenzionale che conosciamo con il nome di “Impressionismo”.

Monet quì ci insegna che bisogna saper scegliere con cura le persone delle quali circondarsi.

A volte, non lo riconosciamo ma potrebbero esserci persone che drenano le nostre energie. Molto importante, infatti, è avere vicino figure che ci supportano e che ci portano positività.

Il primo riconoscimento per Monet arriva nel 1866, quando espone la tela: “la Dama in abito verde” che raffigura la sua fidanzata Camille. La tecnica di Monet è ancora lontana da quella che conosciamo oggi ma già si intravede la sua poetica.

Di questo quadro, Emile Zola scrisse:

“Finalmente una tela viva e piena di energia. […] Quì c’è più di un realista, c’è qualcuno che sa interpretare ogni dettaglio con delicatezza e con forza ma senza cadere nel tedio. Notate l’abito, […] dichiara a viva voce chi è questa donna. Non è un semplice vestito da bambola […]; questa è seta pura”.

Il viaggio

Da quì, comincia il suo viaggio verso una pittura nuova ma anche pieno di difficoltà.

Le sue tele cominciano ad essere rifiutate e aspramente criticate, soprattutto quando inizia a fare pittura en plein air. Nessuno, prima di lui, aveva osato dipingere un quadro totalmente all’aria aperta e questo è un primo atto rivoluzionario che molti non accettano.

Molti critici si prendono gioco della sua pittura e dei suoi colleghi. Le pennellate accennate e i colori giustapposti dell’opera che rappresenta un’alba, “Impressione, sole nascente”, dà il pretesto per utilizzare il termine “impressionismo” in maniera negativa.

Il termine sminuiva, in realtà, un approccio innovativo alla pittura. L’obiettivo non era più quello di rappresentare fedelmente la realtà, quello che era accaduto era un’inversione del punto di vista. Sulla tela comparivano le sensazioni percepite dall’artista mentre ammirava ciò che lo circondava, scavava dentro di sé e portava fuori l’emozione, l’impressione di un momento

A quei tempi, però, tutto questo non viene compreso.

Monet non si scoraggia. Aveva deciso di non ascoltare le condizioni della società in cui viveva. Non può fare altrimenti che dipingere in quella maniera perchè è quello che sente, che viene fuori spontaneamente; rimane fedele alle sue capacità, ai suoi valori, alla sua visione e trova così il suo stile, la sua firma.

Quest’uomo determinato, ancora una volta, ci insegna che solo ascoltando le nostre sensazioni più profonde, continuando ad essere fedeli a noi stessi, possiamo trovare e sviluppare il nostro marchio.

Sono le nostre caratteristiche che rendono speciale quello che facciamo. Spesso cerchiamo fuori il senso delle cose ma, come anche io ho sperimentato, è dentro di noi che possiamo trovare le risposte, accettandoci anche con i nostri limiti.

Monet attraversa molte difficoltà e sofferenze negli anni a seguire: perde due mogli e il figlio primogenito, sperimenta la miseria, la depressione e la sua condizione viene poi intaccata dalla malattia agli occhi che lo porta quasi alla cecità, eppure, continua a dipingere.

La pittura rimane sempre il suo punto saldo, il suo scopo più intimo, che lo salva ogni volta.

L’evoluzione

Durante la sua sperimentazione artistica, Monet, capisce cosa lo attira, cosa gli interessa rappresentare e comincia a maturare il pensiero che quello che vuole replicare non è il soggetto in sè ma ciò che c’è tra lui e il soggetto; arriva a proclamare di voler dipingere l’aria, l’atmosfera in cui è.

Percepisce qualcosa di immateriale che interagisce con la luce, pulviscoli leggeri importanti tanto quanto un soggetto visibile a occhio nudo. Trasportare sulla tela gli effetti che gli eventi atmosferici producono sulle cose, lo porta alla smaterializzazione dell’oggetto.

Monet rincorre sempre un dettaglio che non è mai come lo vorrebbe ed è sfuggevole: ”[…] il sole declina così rapidamente che non posso seguirlo. […] occorre molto lavoro per arrivare a rendere quel che cerco: “l’istantaneità”. 

Kandinskij scrive di lui:

“Questa incapacità di afferrare il soggetto mi turbò – sentivo oscuratamente che in quell’opera mancava l’oggetto. […] La pittura mi apparve come dotata di una forza, di una magnificenza favolosa. E inconsciamente l’oggetto come elemento indispensabile del quadro fu screditato ai miei occhi.”

Quando ho letto i pensieri di Kandinskij, ho pensato: “Monet è riuscito nel suo intento! Queste parole ne sono una dimostrazione” e leggere questo passo, mi hanno riportato a quando ho incontrato questo pittore per la prima volta.

Come tutti, ho conosciuto la figura di Monet a scuola, durante le ore di Storia dell’Arte.

Io ero affascinata dal rinascimento, dalle figure perfette, dalle linee pulite e dalle sfumature omogenee e intangibili. 

”Impressionismo” era una parola che già di per sè mi destabilizzava e diciamoci la verità, il modo in cui viene spiegata la storia dell’arte non è per niente accattivante.

Eppure, quando i miei occhi hanno incontrato le tele della serie delle “Ninfee”, è scattato qualcosa.

Il mio cervello non accettava quelle forme indefinite mentre i miei occhi sguazzavano in quegli accostamenti di colore blu-violetto. Ci è voluto tempo prima che riuscissi a tornare sui miei passi e accettare che l’assenza di forma mi stava restituendo delle emozioni.

Quest’uomo, si è posto un obiettivo folle per quei tempi e, nonostante non abbia mai creduto di averlo raggiunto, è arrivato agli occhi e all’anima di chi ha incontrato le sue tele.

Monet lavora incessantemente, produce molto e ammira ed elogia quello che vede. E’  talmente affascinato e abbagliato da ciò che lo circonda che dice: “bisognerebbe dipingere con l’oro e le gemme”. 

Allo stesso tempo è anche molto critico con sé stesso: “Io solo posso conoscere le mie inquietudini e il male che mi procuro per finire tele che non soddisfano neppure me stesso…” – questo autocriticismo, infatti, lo porterà a non essere mai pienamente soddisfatto delle sue opere, a distruggerne molte, oltre che ad aspirare ad una perfezione che solo lui vedeva.

Voleva raggiungere la sua perfezione.

Bisognerebbe ricordare però che quando facciamo qualcosa, spesso, il nostro peggior critico siamo noi.

Un artista, un artigiano, un fotografo, uno chef, chiunque crei qualcosa, sa bene quando e come un’opera è finita perchè segue le proprie impressioni. Siamo noi che, con la nostra visione, ci creiamo un’ideale da seguire e raggiungere.

A volte, capita di essere molto pretenziosi, senza accorgersene.

Aspirare alla perfezione, o meglio, alla propria perfezione, può avere un’impatto sì positivo ma anche distruttivo.

Il perfezionismo può aiutare a migliorarsi e andare sempre oltre ma, quando diventa incontrollabile, può bloccare e portare a scoraggiarsi.

Monet alterna queste fasi di alti e bassi spingendosi così tanto oltre da non voler mai terminare davvero le sue ultime opere, il suo testamento: le “Ninfee” dell’Orangerie.

Il suo testamento

Affascinato da una casa in cui soggiorna a Giverny, Monet decide di acquistarla ed è qui che decide di creare la fonte della sua pittura. Qui pianta innumerevoli specie di piante e fiori.

La sua passione per la pittura e la sua determinazione sono talmente forti da chiedere di far deviare un fiume per alimentare un laghetto nella sua propietà per piantare dei semi di ninfee che fa arrivare direttamente dal Giappone. 

Quel laghetto diventa la sua ossessione. Vuole cogliere l’istantaneità dell’effetto che si crea nell’atmosfera quando la luce tocca l’acqua ma…l’acqua si muove, si intravede il fondo, ci sono i fiori che galleggiano e la luce non è sempre uguale…”ho dipinto un’infinità di ninfee, cambiando sempre punto d’osservazione, modificandole a seconda delle stagioni e adattandole ai diversi effetti di luce che il loro mutare crea. E l’effetto cambia incessantemente, non soltanto da una stagione all’altra, ma anche da un istante all’altro. […] L’elemento base è lo specchio d’acqua il cui aspetto muta ogni istante per come sprazzi di cielo vi si riflettono conferendogli vita e movimento.” 

Per catturare il momento, Monet si serve di più tele sulle quali lavora contemporaneamente. Dipinge lo stesso soggetto ripreso in momenti diversi, spostandosi da una tela ad un’altra per recuperare l’effetto che stava registrando con i suoi occhi.

A 74 anni, dopo la morte del figlio, il dolore e la sfiducia nel futuro, lasciano finalmente spazio ad una nuova luce nel cuore dell’artista. Monet intraprende, con rigenerata determinazione, le sue ultime tele, grazie anche al sostegno morale di un’amico, il politico Georges Clemenceau.

Gli ultimi anni della sua vita, infatti, sono dedicati ad un progetto monumentale, le grandi tele che decoreranno le sale ovali del Museo dell’Orangerie a Parigi.

Museo dell'Orangerie
Le Ninfee di Monet all'Orangerie

Monet stesso donerà allo stato Francese i grandi pannelli come suo monumento alla pace, dopo l’armistizio del 1918.

Monet, infatti, continua a dipingere anche durante la guerra.

Vorrei soffermarmi un attimo su questa frase. Dipingere, durante la guerra. Ma come? In un momento in cui manca sicurezza, cibo, speranza, Monet continua a dipingere? 

Si racconta che sentisse i bombardamenti da Giverny ma lui continua con la sua pittura.

Anche oggi, tra i vari professionisti del settore ci si chiede: “perchè creare in un momento di crisi?”.

Questo ci porta a pensare che bisognerebbe dedicarsi a cose più “concrete”, come se l’arte fosse solo un accessorio. In realtà, Il mondo ha bisogno dell’arte e degli artisti. Creare è bellezza e aiuta gli altri a credere che c’è ancora del buono e del bello nel mondo.

Ti suggerisco di vedere e ascoltare questo video sul tema, un TED della scrittrice Amie McNee in cui argomenta come l’arte può servire quando il mondo è in crisi:

Tornando a Monet, la donazione delle grandi tele viene firmata nel 1922 ma il pittore, caratterizzato dal suo perfezionismo e in preda ai dubbi, ritarda la consegna ritoccandole incessantemente.

Nelle sue parole si legge anche la fatica, la costante ricerca, la frustrazione e rende benissimo l’idea di quello che un artista prova mentre tenta di creare.

L’ossessione per quest’opera lo affligge immensamente, tanto da tormentarlo di notte: “non dormo più per colpa loro. Di notte sono ossessionato da cosa sto cercando di realizzare. Mi alzo al mattino piegato dalla fatica. […] Dipingere è così difficile e torturante. Lo scorso autunno ho bruciato sei tele insieme alle foglie del mio giardino”.

Nonostante tutto, la sua volontà è guidata dall’unica cosa che gli interessa fare nella sua vita, e si riversa nell’ansia di non riuscire a concludere quello che si è prefissato: “non vorrei morire prima di aver detto tutto quello che avevo da dire, o almeno, di aver tentato di dirlo.”

Il compito dell’arte e dell’artista, è infatti quello di comunicare, lasciare un messaggio o portare ad una riflessione e Monet sente forte questa esigenza.

Le otto composizioni vengono consegnate al museo solo dopo la sua morte. L’artista non riuscirà a lasciare andare quelle grandi tele (2m x 4m circa) che rappresentavano per lui il culmine della sua poetica.

Se ancora non conosci queste opere o non le hai mai viste di persona, puoi vederle sul sito del Museo dell’Orangerie che permette di osservarle a 360°. Ti lascio qui sotto il link:

Ti lascio anche il collegamento alla mia bacheca di pinterest:

Riflessioni

Posso dire che trovarsi di fronte a quelle tele è come entrarci dentro, essere lì, davanti a quel laghetto, è come vedere con gli occhi di Monet.

Non c’è un confine in effetti, non c’è un solo punto su cui soffermarsi con lo sguardo, ci sono molteplici punti di vista che ti permettono di scrutare il paesaggio in ogni suo angolo.

Le pennellate vorticose, mescolate ai blu e ai rosa, sembrano far vibrare l’acqua dello stagno, restituiscono la sensazione di essere avvolti dall’umidità, fatta di piccole particelle d’acqua che aleggiano nell’aria del primo mattino.

Sembra quasi di respirare quell’aria fresca di cui Monet parla quando descrive l’atmosfera: “Ho finalmente scoperto il vero colore dell’atmosfera: è il violetto, l’aria fresca è violetta”.

Se ti troverai lì davanti e farai attenzione, potresti sentirti sospeso nel tempo. Potresti perderti nel riflesso degli alberi sull’acqua, punteggiata dalle ninfee che galleggiano leggere.

Quando mi sono trovata davanti a questi dipinti, io mi ci sono persa dentro.

Scherzosamente, il mio fidanzato mi disse: “sembrava che ci stessi nuotando dentro” ed effettivamente aveva ragione 😀

Monet e le sue Ninfee, sono state una grande fonte di ispirazione per alcuni miei progetti, in particolar modo per “Ninfea” e la sua leggenda.

Monet, quel ragazzo inquieto che doveva capire qual’era il suo posto nel mondo, è riuscito, con testardaggine e tenacia, rialzandosi ogni volta, a perseguire il suo senso di esistere; ha cristallizzato nei suoi quadri ciò che i suoi occhi vedevano e racchiuso in essi mille parole ed emozioni, con il solo uso di pennelli e colori.


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